Avevo scritto che non si può odiare chi non si conosce davvero.
Qualcuno me lo ha fatto notare con una domanda semplice e devastante: allora come fanno Trump, Netanyahu, tutti i potenti che costruiscono la loro narrativa sulla violenza verso l’altro, come fanno ad odiare così, con quell’intensità, quella costanza, quella ferocia?
La risposta è scomoda: non stanno odiando.
O meglio, stanno usando qualcosa che assomiglia all’odio, che ha lo stesso temperamento e a volte la violenza, ma con una struttura completamente diversa.
Capire la differenza non è un esercizio accademico. È politico.
Lezioni sull'odio: ripartiamo da qui
Michela Murgia, in Lezioni sull’odio, descrive quello che chiama vincolo censorio: la tendenza a spostare la responsabilità del proprio sentimento sull’esterno. Dire “io odio”, prendersi quella responsabilità, è quasi un tabù. È sempre l’altro che è talmente odioso da costringerci a rispondere come rispondiamo. È sempre una reazione, mai una scelta. È sempre difesa, mai attacco.
A livello personale questo meccanismo è già di per sé grave: è la grammatica del prevaricatore, del partner violento, di chi non riesce a fare i conti con quello che prova davvero. Ma rimane circoscritto. Fa male a chi gli è vicino.
A livello di potere politico, il vincolo censorio diventa architettura. Proprio politica estera. Diventa legge, confine, bomba.
L’incapacità di dire “io odio”, ossia di riconoscere questo sentimento come proprio e quindi di rispondere delle sue conseguenze, si traduce in sistema, in amministrazione, in quello che Hannah Arendt chiamava la banalità del male: non la passione feroce del mostro, ma la piatta irresponsabilità di chi non ha mai imparato a pensare l’altro come reale.
Trump non conosce i migranti che dice di temere. Netanyahu non conosce i palestinesi su cui costruisce la retorica della minaccia esistenziale.
E non so se ve ne siete accorti, non ci tengono proprio a conoscerli, perché conoscerli significherebbe dover rispondere di loro.
L'odio autentico ha un costo, il vincolo censorio no
L’odio autentico, quello di cui parlava Murgia e di cui ho scritto nel pezzo precedente, richiede esposizione. Richiede che l’altro ti abbia attraversato abbastanza da lasciarti una ferita con la sua forma specifica. Richiede intimità, vulnerabilità, storia condivisa. Costa qualcosa.
Il vincolo censorio su scala politica invece non costa niente perché non ha mai incontrato davvero nessuno dall’altra parte. I bersagli rimangono categorie: i migranti, i terroristi, i nemici della democrazia, le minoranze che minacciano i valori. Mai individui. Mai volti. Mai la complessità di una persona reale che ti guarda e che tu devi guardare.
Questo è il contrario esatto dell’odio. L’odio, quello vero, quello che Murgia rivendica come umano, presuppone che l’altro esista. Il vincolo censorio politico richiede invece che l’altro rimanga per sempre astratto, simbolo, massa. E funziona proprio perché non ha volto.
Un odio che va costantemente fomentato
C’è un’altra caratteristica che distingue questo odio di facciata da quello autentico: il fatto che debba essere continuamente alimentato.
L’odio reale può esaurirsi. Può trasformarsi, sedimentarsi, cambiare forma nel tempo, esattamente come succede a chiunque abbia amato e poi odiato qualcuno, e poi si sia ritrovato dall’altra parte di quella esperienza con qualcosa di diverso in mano. Ha un oggetto preciso su cui posarsi e quindi ha anche la possibilità di risolversi.
Il vincolo censorio politico invece è strutturalmente insaziabile. Ha bisogno di nemici sempre nuovi, minacce sempre più grandi, emergenze sempre più urgenti perché non ha mai un oggetto reale. È un motore che gira a vuoto e che per non fermarsi deve continuare ad accelerare.
Questo spiega il loop mediatico di Trump: ogni settimana un nuovo nemico, una nuova crisi, una nuova categoria da colpire, un nuovo territorio stranamente pieno di petrolio da conquistare. Questa è tutt’altro che incoerenza. É la logica interna di un sistema che non può mai fermarsi a fare i conti con se stesso.
E questo spiega anche la retorica israeliana sulla minaccia esistenziale, che deve restare assoluta, sempre, perché se si incrinasse anche solo un momento bisognerebbe guardare quello che si sta facendo davvero e rispondere di quel che si vede.
Non è solo una questione psicologica però
Potremmo ridurre tutto a chiacchiere spicciole e parlare di immaturità emotiva, di incapacità di prendere in carico i propri sentimenti.
No, qua si tratta di una scelta conveniente.
Tenere l’altro astratto, non conoscerlo mai davvero, è funzionale al potere che si vuole esercitare su di lui. Un migrante con un nome, una storia, una famiglia e una ragione per essere lì dove si trova, è molto più difficile da espellere di una “massa di invasori”.
Un bambino palestinese con un volto è molto più difficile da bombardare di un “obiettivo militare in zona densamente popolata”.
La disumanizzazione non è un effetto collaterale della politica di potere ma uno strumento. È la condizione necessaria affinché certe cose possano essere fatte e raccontate.
Murgia diceva che il primo atto di resistenza è dare un nome. Conoscere. Rendere reale l’altro fino a quando diventa impossibile non rispondere di lui.
In questo senso, il giornalismo che mette i nomi sui morti, la letteratura che dà voce a chi non ne ha, la poesia che insiste sulla singolarità di ogni vita, diventano tutti atti politici in netto contrasto al vincolo censorio.
Quindi, come fanno ad odiare così?
Sembrerà assurdo, ma non lo fanno. Non odiano, nel senso in cui odiare significa riconoscere l’altro come reale abbastanza da essere feriti da lui, abbastanza da doversi prendere cura di quello che si prova.
Quello che esercitano è qualcosa di più freddo e più pericoloso: il potere su chi non hanno mai davvero guardato.
Forse, e questa è la cosa più difficile da accettare, è proprio per questo che sono così difficili da fermare. L’odio autentico ha i suoi limiti, le sue crepe, le sue possibilità di trasformazione. Il vincolo censorio istituzionalizzato non ne ha: è un sistema chiuso, autoreferenziale, impermeabile alla realtà dell’altro.
La domanda che rimane, e a cui non ho risposta, è: come si incrina un sistema del genere? Come si forza a guardare chi ha scelto strutturalmente di non vedere?
Murgia non lo ha detto, ma ha insistito affermando che il primo passo è non smettere di nominare, di rendere visibile, di rifiutare l’astrazione.
È poco. Ma è da lì che si comincia.
