C’è una frase che mi gira in testa da qualche giorno, semplice e brutale come una diagnosi: non si può odiare chi non si conosce.
Ora sembra ovvia vero? Invece non lo è.
Pensandoci bene, significa che l’odio è sempre una forma di intimità. È un sentimento riservato, non nel senso pudico del termine, ma in senso tecnico: richiede un destinatario specifico, qualcuno che ti abbia attraversato abbastanza in profondità da lasciarti una ferita con la sua forma esatta. Quello che proviamo verso chi non conosciamo – il politico che detestiamo, il personaggio pubblico che ci fa venire l’orticaria – non è odio, è altro. È disprezzo, paura, fastidio, proiezione.
L’odio richiede un volto. Richiede una storia.
Michela Murgia, nel suo libro postumo Lezioni sull’odio (Einaudi, 2026), parte da una premessa che suona quasi come una provocazione: l’odio può essere una virtù. Dipende da come lo pratichiamo.
Ma prima ancora di arrivare alla virtù, Murgia fa una cosa più fondamentale: smonta il tabù. L’odio, scrive, è uno dei pochi tabù che la nostra cultura non riesce ad affrontare, più del sesso, più della morte. Tutti lo proviamo, pochissimi lo ammettono. E questa rimozione collettiva, questo camuffare continuo, questo screditare, non lo neutralizza: lo rende solo più pericoloso.
Il meccanismo che descrive con precisione quasi clinica è quello del vincolo censorio: la tendenza a spostare la responsabilità dell’odio sull’esterno. Non sono io che odio, è l’altro che è talmente odioso da costringermi a odiarlo.
È una struttura mentale che conosciamo bene, anche se non sempre la riconosciamo in noi stessi. È la logica del “mi hai fatto diventare così”. La grammatica della violenza domestica. Il racconto che il prevaricatore fa di sé stesso per non guardare quello che sta facendo.
Roberto Saviano, parlando proprio di Murgia, ha detto una cosa che mi è rimasta dentro: dire “io odio” significa smettere di dire “mi costringi a odiarti”. È il passaggio dalla traslazione alla presa in carico.
Questo passaggio, dalla traslazione alla presa in carico, è esattamente il gesto che Murgia rivendica.
Non c’è nulla di gentile in questa direzione, ma è una direzione onesta, e nell’onestà, paradossalmente, c’è più libertà che nella rimozione: quando smetti di fare dell’odio una colpa dell’altro, te ne prendi la responsabilità, torni a essere il soggetto di quello che senti.
Il territorio più complicato, però, è quello in cui l’odio si intreccia con l’amore.
Questo perché l’amore è la forma più radicale di conoscenza reciproca. Amare qualcuno significa dargli anche accesso a parti di te che normalmente tieni protette, alle tue aspettative più esposte, alla versione di te stesso che emerge solo in certi contesti, con certe persone. Più ti esponi, più il danno (se c’è) ha la forma precisa di ciò che avevi offerto.
Ecco perché l’odio che nasce dalla fine di un amore è così singolare: non è solo che conosci l’altro, è che l’altro ti conosce, o quanto meno credevi ti conoscesse. E quella conoscenza, se le cose finiscono in modo brutale, diventa una vulnerabilità. Complimenti, hai dato a qualcuno la mappa dei tuoi punti fragili.
Due odii diversi
Esistono però, a mio parere, almeno due odii diversi che nascono dall’amore finito e che non sono la stessa cosa, anche se dall’esterno si assomigliano.
Il primo nasce dal tradimento di qualcosa che era reale. L’amore era reciproco, o abbastanza reale da entrambe le parti, ma qualcosa si è rotto in modo irrecuperabile con brutalità, con umiliazione, con una modalità che non si dimentica. In questo caso l’odio ha quasi la stessa forma dell’amore che lo ha preceduto: stessa intensità, stesso peso specifico, segno invertito. Non è la negazione dell’amore e nemmeno la sua continuazione con un altro nome. È la prova, paradossale, che quello che c’era era vero.
Il secondo nasce dalla scoperta di un’asimmetria che esisteva già. Hai amato qualcuno che non ti ha amato allo stesso modo, e quando finisce ti rendi conto che hai costruito qualcosa su un terreno che dall’altra parte non c’era, o non c’era nella stessa misura. Qui il bersaglio reale dell’odio spesso non è l’altro, ma la versione di te stesso che non ha visto, o non ha voluto vedere. L’altro è un valido sostituto, ma bisogna essere onesti: il vero oggetto dell’odio è più vicino, e più difficile da guardare.
Murgia non parla esplicitamente di questo territorio, le sue lezioni si muovono su un piano più politico e collettivo. Ma il suo invito a non rimuovere, a dichiarare senza vergogna, a smettere di vivere come fuorilegge del proprio sentimento, vale anche qui. Forse soprattutto qui.
Quindi, dicevamo: non si può odiare chi non si conosce davvero.
C’è un corollario che non avevo considerato subito e che adesso mi sembra il più importante: odiare qualcuno, con quell’odio specifico, nominabile, che ha un peso e una storia, è anche una forma di attestazione. Stai dicendo, a te stesso prima che a chiunque altro: questo era vero, abbastanza da fare male così tanto. Non è una consolazione ma è qualcosa. É un buon punto di partenza su cui lavorare.
Quindi forse, con Murgia come guida, il passo successivo non è smettere di odiare né trasformare l’odio in qualcosa di più presentabile. È riconoscerlo, tenerlo, orientarlo. Abitarlo consapevolmente senza farne né un’arma né una prigione.
D’altro canto la differenza tra gli usi che si possono fare dell’odio, scriveva Gramsci, sta nella disciplina, non nella negazione.