Fare informazione corretta sul caso di Futuro Nazionale è l'unico modo per non ripetere gli errori che la storia insegna.
Il fenomeno
Chiamiamolo col suo nome: fenomeno. Nel senso da baraccone, perché di circo ne ha parecchio – la divisa, il libro, le foto al mare, il linguaggio da caserma riadattato a salotto televisivo. Ma anche fenomeno nel senso vero, quello che si studia, perché 80 mila iscritti in pochi mesi e un sorpasso storico sulla Lega nei sondaggi non sono cose che si liquidano con una battuta.
Roberto Vannacci, generale in congedo, oggi leader di un partito che a gennaio non esisteva: secondo Youtrend è già davanti al partito più antico del centrodestra italiano. Non per un decimale, ma con un trend che ogni istituto demoscopico conferma da settimane.
Chi pensa sia un fuoco di paglia dovrebbe spiegare con quale legna lo stiamo alimentando, perché qualcuno la sta mettendo sul fuoco, e non sono certo gli elettori di sinistra.
E qui arriva il dibattito che mi interessa di più, perché non è il solito destra contro sinistra: la domanda è su cosa farne, di questo fenomeno.
La linea del silenzio ha sponsor trasversali, e qui sta il bello, perché non è solo Palazzo Chigi a sussurrare “non parliamone, altrimenti gli facciamo solo pubblicità”. È arrivata, identica, anche da chi dovrebbe essere all’opposizione. La stessa identica raccomandazione, da bocche opposte. E quando destra e sinistra istituzionale si trovano d’accordo su qualcosa, io comincio sempre a preoccuparmi sul serio.
Il ragionamento, sulla carta, non è affatto sempliciotto: ogni show mediatico vive di reazione, quindi basta ignorarlo e si spegne. Il problema è che funziona benissimo nei libri di comunicazione e malissimo nella realtà di un Paese dove l’85% degli elettori di quel partito sostiene la remigrazione di massa, e dove più di un quarto del centrodestra applaude. Quella roba lì non si spegne ignorandola, ma si nutre del fatto che nessuno la smonti, e così cresce indisturbata nel salotto buono del non detto.
Far finta di niente, che potrebbe sembrare prudenza politica, significa solo rimandare il conto. E qui, se permettete, vi porto a Londra per un attimo, perché quel conto qualcuno lo sta ancora pagando, 10 anni dopo, e non per cattiva sorte ma per pessima memoria.
Il 23 giugno che non abbiamo studiato
10 anni fa, il Regno Unito votava per uscire dall’Unione Europea. Vinse il Leave 52 a 48, eppure quella sera mezza Europa era convinta che il Remain avrebbe vinto facile. Lo sapevano i sondaggisti, lo sapevano i giornali, lo sapeva Westminster. Tutti, tranne gli elettori.
10 anni dopo e 6 primi ministri dopo se ho fatto bene i conti, il Regno Unito si trova con un PIL più povero del 6%, una sanità pubblica al collasso e un Paese che oggi, a maggioranza, dice che fu un errore. Non ve lo racconto io, lo dicono i sondaggi inglesi di questi giorni: la maggioranza dei britannici, col senno di poi, vorrebbe tornare indietro. Peccato che la storia non si rivota.
Il mito del Leave si fondava su un autobus rosso che prometteva miliardi alla sanità pubblica. 10 anni dopo, l’NHS aspetta ancora quei soldi, insieme ai pazienti in lista d’attesa. La promessa era talmente irrealistica che nessuno l’ha mai pesata sul serio. Quello è stato l’errore. Non aver creduto che la rabbia potesse vincere sui numeri.
È un dettaglio che mi pare passi sempre inosservato: la sconfitta del Remain non fu una sconfitta della verità contro la menzogna, ma della superiorità contro l’ascolto. Chi sapeva di avere ragione sui dati ha perso comunque, perché ha dato per scontato che bastasse avere ragione.
Vi suona familiare eh? A me molto.
Lo struzzo non è un animale politico
C’è chi dice: aspettiamo, si sgonfia da solo. È la stessa logica con cui mezza Europa guardava i sondaggi pre Brexit pensando “tanto vince il buonsenso”. Lo struzzo nasconde la testa sotto la sabbia per istinto di sopravvivenza, mica per strategia comunicativa. Quindi perché la definiamo strategia?
E mentre si discute se nominare o no il nome del generale invano, il dibattito pubblico lo sta già facendo ogni giorno, sui suoi temi, col suo lessico. Mentre la sinistra si chiede se reagire alla provocazione di turno, lui con le provocazioni ci gioca e ha già piazzato la prossima. E mentre gli corriamo dietro non ci rendiamo conto che intanto il terreno di gioco l’ha scelto comunque lui.
Resta valida un’osservazione, però, e qui faccio un passo verso chi propone metodo invece di silenzio, ma anche un mea culpa: rincorrere ogni sua sparata sul piano identitario, sull’indignazione pura, senza costruzione e propositività, è altrettanto inutile. Gridare “vergogna” a chi si nutre di vergogna altrui è come spegnere un incendio versandoci sopra la benzina: è solo un grande spettacolo pirotecnico con un ottimo aroma.
Il punto debole della propaganda non è morale, è tecnico.
Chi promette di rimandare a casa milioni di persone va incalzato con domande semplicissime e devastanti: con quali accordi? Con quali soldi? Con quali Paesi disposti a riprenderseli?
Chi nega l’esistenza del femminicidio va incalzato sui dati, non sull’indignazione: i numeri non hanno bisogno di gridare per essere veri.
La propaganda crolla quando le si chiede di tramutare in piano. Lo slogan resiste all’indignazione benissimo, ma regge molto meno su un foglio Excel.
Il conto arriva sempre, con dieci anni di interesse composto
Tornando a Londra: oggi il Regno Unito ha un Paese più povero, più diviso, e un rimorso diffuso che non serve a niente perché il referendum non si rifà. Quel 23 giugno ci ha insegnato che la sottovalutazione della rabbia, quando si trasforma in urna o in sondaggio, non si corregge col senno di poi, ma si paga in anticipo, e si continua a pagare interessi compresi.
In Italia stiamo scegliendo, ancora una volta, se imparare la lezione o sostenere la prova senza aver studiato, con un generale al posto di un autobus rosso. La scommessa del silenzio dà per scontato che gli italiani arrabbiati si stancheranno prima di trovare qualcuno che li ascolti.
Io però non ci scommetterei il Paese.
D’altro canto non si tratta di passare le giornate a rincorrere ogni sua uscita sui social, ma di essere presenti dove conta, con argomenti che reggono, ogni volta che la disinformazione prova a travestirsi da buonsenso. Non c’è nulla di divertente in tutto questo, specialmente quando si deve smentire l’ovvio, ma è l’unico mestiere che non possiamo permetterci di disimparare un’altra volta.
Perché la storia, quando si ripete, non lo fa mica per cattiveria. Lo fa perché qualcuno, sentendola per la prima volta, pensa di saperne più di lei.