C’è un tipo di spazio che la città moderna produce per necessità tanto urgente da escludere il pudore: lo spazio dove si porta la morte. Il Cimitero Nuovo Urbano di Sassuolo, in provincia di Modena, è uno di questi spazi.
Costruito negli anni Ottanta su progetto di Giorgio Boni e con ogni probabilità avviato nel 1975, non è quasi mai citato nei repertori architettonici, non compare negli atlanti del patrimonio regionale, non è oggetto di turismo culturale. Esiste, semplicemente. E questa esistenza senza retorica è già, di per sé, una dichiarazione.
L’edificio appartiene alla stagione brutalista italiana: cemento armato a vista, volumetrie elementari, assenza deliberata di ornamento.
Il Brutalismo – dal francese béton brut, il calcestruzzo grezzo reso programma estetico anche da Le Corbusier – ha prodotto in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta una serie di manufatti pubblici che la critica istituzionale ha a lungo ignorato, definendoli semplicemente brutti, come se la bruttezza fosse una categoria critica e non un giudizio di gusto travestito da sentenza.
Roberto Conte e Stefano Perego, nel loro monumentale Brutalist Italy (FUEL, 2023), hanno iniziato a rimappare questa stagione dimenticata. Perego ha fotografato anche Sassuolo. Il cimitero rientra nel paesaggio.
La materia che dice la verità
Entrare nel complesso è un’esperienza di spazialità imposta. I corpi edilizi denominati con lettere, come in una nomenclatura burocratica che non cerca il simbolo, si articolano su più livelli, collegati da rampe. La cappella, in particolare, parla il linguaggio più puro di questo sistema: volumi geometrici che non chiedono permesso, superfici in calcestruzzo che portano i segni del tempo come una pelle porta le rughe. Non si cerca il sublime, quella categoria romantica che fa dell’architettura una promessa. Si cerca, invece, qualcosa di più onesto e più severo: la presenza.
Il Brutalismo applicato all’architettura funeraria porta con sé una coerenza interna che il marmo patinato o il granito levigato non riescono a raggiungere. Un rivestimento in pietra lucida nega il deterioramento, simula l’eternità. Il cemento a vista, invece, invecchia visibilmente, si crepa, e facendo questo dice la verità sul tempo. In un cimitero, dire la verità sul tempo è un gesto architettonico profondamente appropriato. Il materiale è in accordo con la funzione. Non c’è menzogna formale.
La rivolta del particolare
Quello che disturba, ciò che per me produce attrito psicogeografico, è il contrasto. I fiori di plastica accumulati davanti ai loculi, le fotografie incorniciate, le piccole madonnine in resina, i lumini elettrici che lampeggiano a intermittenza: tutto questo apparato di cura domestica si scontra con la geometria implacabile. É un conflitto tra due regimi del lutto: quello dell’istituzione pubblica laica, che offre una struttura razionale e anonima, e quello privato, che non accetta l’anonimato e riempie ogni interstizio di segni personali.
Guy Debord definirebbe questo scontro come una frattura nello Spettacolo, ovvero il punto in cui la regia collassa e la vita reale, quella non producibile e non consumabile, irrompe. I fiori di plastica non sono kitsch: sono la rivolta del particolare contro il generale, dell’affetto contro il sistema. E il cemento incassa senza battere ciglio.
San Cataldo e il limite della teoria
C’è un riferimento geograficamente e culturalmente vicino che vale la pena tenere in mente: il cimitero di San Cataldo a Modena, progettato da Aldo Rossi e Gianni Braghieri dal 1971.
Rossi concepisce il cimitero come una città dei morti, una città metafisica, dechirichiana, dove il rapporto privato con la morte torna a essere rapporto civile con l’istituzione. Il cubo dell’ossario, la torre conica, la spina centrale incompiuta: tutto è forma pura, e la forma pura è Lutto.
Il cimitero di Sassuolo non ha quella consapevolezza teorica, o almeno non ce n’è traccia documentata. Ma la domanda è se la consapevolezza teorica del progettista sia davvero necessaria perché un edificio parli.
Il Brutalismo, quando funziona, funziona per via materiale, non per via concettuale. La superficie porosa del cemento, la geometria che non mente, la luce che entra di taglio e disegna ombre nette sui pilastri: tutto questo comunica indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
L’architettura brutalista è, in questo senso, il contrario dell’architettura spettacolare: non richiede mediazione, non produce immagine consumabile. Chiede solo di essere attraversata.
La gravità come forma di rispetto
La deriva situazionista insegna che lo spazio urbano non è neutro: ogni luogo esercita una pressione psicologica su chi lo abita o lo attraversa.
Il cimitero nuovo di Sassuolo esercita una pressione particolare, difficile da nominare. Assomiglia alla gravità: la sensazione fisica che il peso della materia corrisponda al peso di ciò che lì si deposita. I corpi edilizi non consolano né monumentalizzano. Contengono. E contenere, in certi momenti, è la forma più alta di rispetto.
Qui puoi trovare alcuni degli scatti che hai appena visto, realizzati durante l’esplorazione.