Belgrado parla e l’Europa non ascolta

Uno sguardo lungo due anni di rivolte nel capoluogo serbo, tra corruzione di governo e una generazione di studenti che si rifiuta di cedere, mentre l'Europa guarda altrove.

Di giorno Belgrado ha l’aria di una città che trattiene il fiato. L’estate del 2025 non era un’estate normale, anche se a guardare i tavolini dei caffè lungo la Knez Mihailova poteva sembrarlo. Ma bastava allontanarsi dai circuiti turistici per incontrare i segni: scritte sui muri, adesivi sui pali della luce, conversazioni che si abbassavano di tono quando passava qualcuno in uniforme. Una tensione che non esplodeva, che si depositava sulle superfici della città come polvere.

Di notte era diverso. Ero in un hotel vicino al Parlamento – il centro esatto del conflitto e ne ero consapevole. La polizia svuotava le strade con un coprifuoco non dichiarato ma inequivocabile: una presenza silenziosa e capillare che rendeva chiaro dove era consentito stare e dove no. E dal mio letto, a poche centinaia di metri dall’Assemblea Nazionale, si sentiva la sommossa: voci, movimenti, il rumore sordo di qualcosa che non si era ancora deciso a diventare storia ma ci stava lavorando.

Ho pensato spesso a quelle notti in questi mesi. A quanto poco ne abbiano parlato i giornali italiani. A quanto vicina fosse quella città (meno di 2 ore da Bologna) e quanto lontana dal nostro immaginario collettivo.

Un crimine, non una tragedia

Tutto comincia il 1° novembre 2024, alla stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città della Serbia. Alle 11:52 del mattino crolla la tettoia del portico d’ingresso, recentemente ristrutturata nell’ambito di un progetto di ammodernamento infrastrutturale finanziato dalla Cina e appaltato ad aziende vicine al governo. Muoiono 16 persone, tra cui due bambini. I lavori erano stati dichiarati completati pochi mesi prima, “secondo gli standard europei”.

Gli studenti serbi capiscono subito come inquadrare la cosa. Il loro slogan è lapidario: un crimine, non una tragedia. Un crimine, con responsabili, con una catena di complicità, con un sistema di corruzione che permea ogni livello delle istituzioni serbe da quando Aleksandar Vučić e il suo Partito Progressista Serbo sono al potere, dal 2012.

Quella frase è un atto politico prima ancora che uno slogan. Sposta il frame narrativo, rifiuta la retorica del lutto istituzionale, pretende giustizia invece di accettare il cordoglio. È il tipo di lucidità che in Italia facciamo fatica a trovare persino nei movimenti più organizzati.

Il movimento che l’Europa non ha visto

Quello che nasce nelle settimane successive è qualcosa di raro nel panorama europeo contemporaneo: un movimento di massa orizzontale, senza leadership centralizzata, guidato dagli studenti ma capace di allargarsi fino a coinvolgere generazioni e categorie diverse. Le facoltà universitarie vengono occupate a partire dal 26 novembre, quando la Facoltà di Arti Drammatiche di Belgrado dà il via a un’occupazione che in pochi giorni si estende a tutto il sistema universitario serbo.

Ogni venerdì alle 11:52 – ora esatta del crollo – le città si fermano per quindici minuti di silenzio. I blocchi stradali diventano una forma di protesta quotidiana. Il 22 dicembre 2024, piazza Slavija a Belgrado si riempie di oltre centomila persone per la prima grande manifestazione di massa. È solo l’inizio.

Quando arrivo a Belgrado nell’agosto del 2025, il movimento ha già otto mesi di vita. Vučić aveva scommesso sul caldo estivo, pensava che gli studenti si sarebbero dispersi tra mare e montagna, ma si sbagliava.

Le proteste continuano, la repressione si intensifica: oltre settanta arresti in pochi giorni, decine di feriti, blocchi stradali improvvisati con transenne e bidoni della spazzatura. Il primo ministro Miloš Vučević si dimette sotto la pressione della piazza. Vučić nomina un successore di sua fiducia e dichiara che le elezioni anticipate sono fuori discussione.

Quella notte vicino al Parlamento, quello che sentivo attraverso le pareti dell’hotel era tutto questo: una società che si rifiutava di stare in silenzio.

La Serbia nell’Europa che si restringe

C’è una domanda che vale la pena fare ad alta voce: perché in Italia se ne parla così poco?

La Serbia non è un paese lontano. È candidata all’adesione all’Unione Europea dal 2012, lo stesso anno in cui Vučić sale al potere. È nel cuore geografico del continente. Eppure il suo nome compare sui giornali italiani quasi esclusivamente in relazione al Kosovo, alla questione serba come problema di confini e minoranze, mai come laboratorio politico vivo.

Vale la pena ascoltare chi quel paese lo abita. Mirjana Ilic ad esempio è una guida turistica ed esperta culturale che in un’intervista pubblicata lo scorso novembre su Mentinfuga descrive la situazione con una chiarezza che molti giornali europei non si sono presi la briga di cercare. Racconta un regime che cambia le leggi, firma contratti pubblici invisibili ai cittadini, vende boschi e sorgenti e interi quartieri di Belgrado come fossero proprietà di famiglia. Racconta giornalisti perseguitati, studentesse minacciate negli interrogatori, una lingua pubblica sistematicamente aggressiva. E poi aggiunge, senza giri di parole: “L’Unione Europea è molto ben informata della situazione, ma non fa niente.”

Quella frase vale un editoriale. La Serbia è candidata all’adesione UE da quattordici anni. In tutto questo tempo Bruxelles ha continuato a produrre rapporti, esprimere “preoccupazioni”, richiedere “riforme”. Ha guardato Vučić erodere la magistratura, colonizzare i media, reprimere le piazze e ha continuato a trattarlo come un interlocutore.

La realpolitik balcanica ha un costo, e quel costo lo pagano i movimenti democratici che l’Europa dice di sostenere.

Il silenzio italiano, in particolare, non è innocente e nemmeno casuale. Ha ragioni precise e stratificate. La prima riguarda la percezione: i Balcani esistono nell’immaginario italiano quasi esclusivamente come trauma (le foibe, le migrazioni istriane) o come problema di confini etnici. Una società civile viva, con le sue contraddizioni e le sue resistenze, non rientra in nessuno dei frame disponibili. La seconda è politica: Vučić e Meloni siedono nella stessa famiglia europea, i Conservatori e Riformisti. Non serve una censura esplicita perché il disinteresse funzioni, basta che nessuno abbia un incentivo a guardare. La terza è strutturale: il giornalismo italiano ha tagliato quasi ovunque le corrispondenze estere fisse. I Balcani non hanno quasi nessuno dedicato, ma si lavora con agenzie internazionali che producono, a loro volta, giornalismo dell’esito. E infine c’è il motivo più scomodo: raccontare la Serbia richiede contesto storico denso, che costa tempo e spazio redazionale. È più facile non farlo.

C’è poi una profondità storica che il racconto occidentale tende a rimuovere. La Serbia non è solo un paese post comunista in transizione incompiuta. È l’erede di una Jugoslavia che seppe dire no a Stalin, che fondò il Movimento dei Non Allineati, che per decenni fu un laboratorio di socialismo non subordinato ai blocchi. Quella memoria non è nostalgia: è il substrato culturale da cui viene la generazione che oggi scende in piazza. Una generazione che, come racconta Mirjana, riempie ancora gli autobus tra Belgrado e Zagabria, che si sposa tra serbi e croati, che condivide la stessa lingua e rifiuta di essere ridotta all’odio etnico sul quale i suoi politici continuano a lucrare.

Quello che sta succedendo a Belgrado è un laboratorio. Un paese in cui un governo populista di destra, dopo anni di erosione delle istituzioni democratiche, si è trovato di fronte a una resistenza che non si è lasciata esaurire. Un paese in cui la corruzione ha ucciso –  letteralmente e fisicamente – e in cui una generazione ha deciso che quella morte non poteva essere archiviata come sfortuna.

In un’Europa in cui i movimenti di piazza faticano a reggere oltre qualche settimana, in cui la normalizzazione dell’autoritarismo procede spesso senza opposizione organizzata, la Serbia è un’anomalia preziosa. Un caso di studio su come si tiene insieme un movimento nel tempo, su come si trasforma il lutto in domanda politica, su come si resiste alla logica dello sfinimento che ogni governo repressivo mette in campo.

Vale la pena guardare, così come vale la pena raccontare.

Maggio 2026: la piazza non si svuota

Il 23 maggio 2026, piazza Slavija si riempie di nuovo. Le stime indipendenti parlano di quasi duecentomila persone, mentre la polizia, fedele alla sua funzione, ne conta trentaquattromila. Gli studenti chiedono elezioni parlamentari anticipate e denunciano un sistema che definiscono apertamente non democratico. La manifestazione è pacifica fino a sera, poi arrivano gli scontri, i lacrimogeni, i 23 arresti.

Vučić, nel frattempo, ha ceduto su un punto che fino a pochi mesi fa escludeva categoricamente: le elezioni ci saranno, probabilmente tra settembre e novembre di quest’anno. Una concessione strappata con un anno e mezzo di resistenza ostinata con i piedi in strada, giorno dopo giorno, estate compresa.

Non è una vittoria però. Non ancora. Le elezioni si svolgono in un sistema che Vučić controlla in larga parte, dai media all’apparato statale. Gli studenti lo sanno e continuano a marciare anche per questo: non vogliono solo le elezioni, vogliono che quelle elezioni siano libere.

Quelle notti di agosto a Belgrado cercavo di dormire mentre la città non dormiva. Non sapevo ancora con precisione cosa stessi ascoltando ma lo so adesso: era una società che stava decidendo di non smettere di pretendere. Una città che portava già scritta addosso la storia che stava per fare.

Solo che l’Europa guardava e continua a guardare altrove, come quasi sempre, quando si tratta dei Balcani.