Ci sono luoghi che sfuggono al controllo umano e si riprendono il proprio destino. L’ex Eridania di Forlì è uno di questi: 140 mila metri quadrati di archeologia industriale a pochi passi da piazza Saffi, dove per cinquant’anni nessuno ha deciso nulla e proprio per questo è successo tutto.
La natura ha invaso i capannoni, gli aironi hanno fatto il nido sui tetti crollati, il bosco spontaneo ha divorato i binari morti. Un gigante addormentato che nel silenzio ha cambiato pelle.
Un pomeriggio di aprile tra le rovine industriali
Sono entrata da via Monte San Michele in un pomeriggio di aprile, quando la luce radente fa risaltare le crepe sui muri e l’ombra delle ciminiere si allunga sulle erbacce. Davanti a me: uno scheletro di cemento e mattoni rossi, finestre senza vetri che incorniciano il cielo, travi metalliche contorte come ossa esposte. E poi il rumore, o meglio, l’assenza di rumore urbano. Solo voci di uccelli, fruscii, il vento che sibila attraverso le lamiere.
La nascita dello zuccherificio: 1900, l’anno dell’elettricità
Questo luogo è nato con l’elettricità. Nel 1900, quando le strade di Forlì erano ancora illuminate a gas, lo zuccherificio Eridania brillava nella notte come un faro industriale. Giovanni Battista Figari, finanziere genovese con una visione, lo fece costruire accanto alla ferrovia Bologna/Rimini con maestranze e macchinari tedeschi importati dalla Hallesche Maschinnfabrik.
Mille operai, 15mila quintali di barbabietole lavorate al giorno, 140mila quintali di zucchero all’anno. Un impero dolce fondato sulla barbabietola, che in un decennio scalzò la canapa come prima coltura romagnola.
La leggenda dei tecnici tedeschi
La leggenda vuole che i tecnici tedeschi, finito il loro lavoro di installazione e addestramento delle maestranze locali, la notte del 14 festeggiarono il ritorno in patria bevendo, cantando e andando “tutti insieme a ricevere i conforti di una sgualdrina”. Un dettaglio volgare e umano che ridimensiona la retorica del progresso industriale: dietro ogni grande opera ci sono sempre corpi, sudore, desideri prosaici.
L’era Rossini e il boom della barbabietola
Nel 1902 Romolo Rossini prese la Direzione e sostituì i tedeschi con i forlivesi. L’Eridania divenne così anche una questione di orgoglio locale, di famiglie che campavano grazie alla stagionalità delle campagne saccarifere. La prima guerra mondiale la risparmiò, la seconda no: danni gravissimi che però non ne decretarono la fine. Nel 1946 la fabbrica si riprese e ripartì a pieno regime.
Gli anni d’oro e il declino: da via Gorizia al silenzio
Camminando tra i capannoni, cerco di immaginare le estati degli anni Sessanta: via Gorizia, costruita apposta nel 1950 per agevolare il traffico dello zuccherificio, intasata di autotreni carichi di barbabietole, file che avanzavano a singhiozzo giorno e notte, gas di scarico che rendevano l’aria irrespirabile. I residenti odiavano quei camion. Ma almeno c’era vita, movimento, economia.
Il Mercato Comune e la fine della produzione
Poi arrivò il Mercato Comune dello Zucchero, fine anni Sessanta. La società genovese si trovò in posizione di inferiorità rispetto ai produttori europei. Nel 1970 l’Eridania vendette al Gruppo Maraldi di Cesena, che trasformò lo stabilimento in deposito senza investire un euro nella modernizzazione. Nell’estate del 1972 l’ultima campagna saccarifera. I forlivesi sapevano già che sarebbe stata l’ultima: nessun malcontento, solo rassegnazione.
I macchinari furono smontati e spediti in Spagna e Jugoslavia. Rimasero solo i depositi, usati per stoccare prodotto da altri siti. Poi nel 1989 un incendio distrusse tre capannoni. E da lì il nulla.
Cinquant’anni di abbandono: quando la natura riprende il controllo
Cinquant’anni di abbandono sono un tempo geologico per una città.
L’ex Eridania è diventata rifugio per senzatetto, tela per writer, palestra per climber urbani, set fotografico per chiunque cercasse il sublime del degrado. Ma è diventata anche altro: un ecosistema. Diciassette ettari di rinaturalizzazione spontanea, con un bosco di essenze arboree cresciute senza pianificazione e soprattutto una garzaia. Una colonia stabile di aironi cenerini che da oltre dieci anni nidifica qui, costruendo nidi vicini tra loro in quello che una volta era un tempio della produttività industriale.
La garzaia: aironi sui tetti dell’industria
Mi fermo davanti a quella che doveva essere la sala macchine. Pareti scrostate, tubature arrugginite che pendono dal soffitto come radici, pozze d’acqua piovana sul pavimento. Scritte sui muri: tag, cuori, slogan politici sbiaditi, qualche verso poetico incompiuto. Sopra di me, attraverso un buco nel tetto, vedo il nido di un airone. C’è qualcosa di perfetto in questa immagine: la natura che riprende ciò che le è stato sottratto, senza chiedere permesso.
Il futuro dell’ex Eridania: parco pubblico o oasi naturale?
Nel 2002 l’area fu dichiarata di interesse culturale. Nel 2022 il Comune l’ha acquisita all’asta per 885 mila euro con l’idea di trasformarla in parco pubblico. Ma l’idea di “bonificare” ha scatenato polemiche: gli ambientalisti difendono la garzaia e il bosco spontaneo, vedono quest’area come “un’oasi naturale urbana” che non va addomesticata ma preservata nella sua selvatichezza. Il dibattito è aperto, il destino incerto.
Urbex e memoria: testimoniare il rewilding urbano
L’urbex, qui, assume una dimensione politica. Non si tratta solo di documentare il decadimento o di cercare l’estetica delle rovine. Si tratta di testimoniare una trasformazione non pianificata, una riappropriazione della terra da parte della natura. L’ex Eridania è un esperimento involontario di rewilding urbano, in totale contrasto rispetto alla retorica della rigenerazione urbana che spesso significa solo cementificazione mascherata da verde pubblico.
Albino Zanca e le voci del passato
Prima di uscire, do uno sguardo alla palazzina dei custodi, l’unico edificio recuperato, stralciato catastalmente negli anni Novanta e restaurato da un’immobiliare. È l’unico “afflato vivente” dell’ex Eridania, come ha scritto qualcuno. Albino Zanca fu l’ultimo custode. Sua figlia Mariarita ha raccontato di come il padre vigilasse su questo gigante morente, cercando di proteggere ciò che ormai non c’era più da proteggere.
A raccontare di questo luogo c’è anche un libro, uscito ad aprile 2025, con testimonianze di chi ci ha lavorato come stagionale: Giancarlo Pennuti, Giovanni Guzzi, Franco Ortolani. Voci che restituiscono umanità a quello che ora è solo spazio vuoto. Perché questo è il paradosso dell’urbex: entriamo in luoghi disabitati per cercare tracce di chi li ha abitati.
L’ex Eridania di Forlì non sarà qui per sempre. O diventerà parco, o centro sportivo, o qualcos’altro ancora. Ma in questo momento sospeso tra passato industriale e futuro incerto, tra abbandono e rinaturalizzazione, ha trovato una sua bellezza strana. Una bellezza che non chiede di essere salvata né distrutta, ma solo osservata.







