Ma il pavone si mangia?

C’è una cittadina sulla costa romagnola, Punta Marina, che da qualche tempo convive con un’invasione. Non sono turisti, quelli arrivano d’estate, sono prevedibili e i romagnoli sanno perfettamente come gestirli. Si dice che il turismo lo abbiano inventato loro. 

No: di pavoni. Decine di pavoni che camminano tra le villette, attraversano le strade, sostano nei giardini con la sicurezza di chi sa di essere bello e non ha nessuna intenzione di spostarsi. 

La cittadinanza è divisa, come sempre accade davanti a qualcosa che non si sa bene se ammirare o temere. I giornalisti ci hanno fatto sopra i servizi. Le orde di curiosi si organizzano in escursioni. Il pavone è diventato un fenomeno, e il fenomeno è diventato contenuto.

Fin qui, tutto abbastanza normale. Viviamo nell’epoca in cui ogni stranezza locale diventa trend, ogni trend diventa visita, ogni visita diventa storia da raccontare agli amici con il telefono in mano.

È stata colpa del trend, allora, se poco fa mi sono ritrovata a digitare “pavone” nella barra di ricerca di Google. 

Volevo capire, analizzare qualcosa, non so bene cosa, forse solo soddisfare quella curiosità vaga che si insinua quando un argomento torna più volte nella testa. Ho scritto le prime lettere e ho aspettato. Il completamento automatico ha risposto in un secondo.

Il pavone si mangia.

Ho riso. Poi mi sono fermata.

Tendiamo a pensare al completamento automatico come a uno specchio neutro, fedele, quasi democratico. Digiti una parola e Google ti restituisce ciò che il mondo vuole sapere. La saggezza collettiva distillata in una lista. Ma non funziona così.

Quello che appare nella barra è il risultato di un sistema che pesa frequenze, geolocalizzazioni, stagionalità, e soprattutto interessi commerciali di un’entità privata con un modello di business molto preciso. 

Non è la voce del popolo: è la voce del popolo già filtrata, già orientata, già redditizia. Debord lo avrebbe riconosciuto subito: è lo spettacolo che si nutre di sé, le suggestioni che diventano esse stesse generatrici di nuove ricerche in un loop che si autoalimenta e si spaccia per realtà.

C’è di più: vedere un completamento suggerito lo legittima. Se la barra mi propone il pavone si mangia, quella sequenza smette di essere la curiosità isolata di qualcuno e diventa una preoccupazione condivisa, quindi normale, quindi perseguibile. L’algoritmo non registra solo il desiderio ma lo costruisce, lo amplifica, lo restituisce trasformato in tendenza.

Il confessionale laico, insomma, ha un prete con gli azionisti. Ma torniamo al pavone.

C’è qualcosa di rivelatorio in quella risposta che non riesco a smettere di trovare inquietante. Un animale straordinario, uno dei più carichi di simbologia che esistano, associato per secoli alla regalità, all’immortalità, alla vanità elevata a forma d’arte, finisce nella barra di ricerca e la prima cosa che emerge dal fondo collettivo è: si può mangiare?

Non perché è arrivato a Punta Marina. Non quanto vive. Non cosa significa vedere un pavone. No: si mangia?

È una risposta atavica travestita da curiosità digitale. Sotto lo schermo e l’algoritmo c’è qualcosa di molto più antico: il rapporto primario dell’essere umano con il mondo animale, ridotto alla domanda fondamentale: nutre o no? È commestibile? Posso farlo diventare risorsa?

Il pavone è bello. Il pavone è insolito. Il pavone è qui, tra le villette di una cittadina romagnola, e cammina come se il mondo gli appartenesse.

Ma soprattutto, ci dice Google, il pavone è proteina.

Non so se ridere o rassegnarmi. Probabilmente tutte e due le cose, nell’ordine sbagliato. Quello che so è che la barra di ricerca, con tutta la sua opacità algoritmica, ogni tanto riesce a dire qualcosa di vero sull’epoca.

Siamo una specie che ha costruito cattedrali, scritto poesie e attraversato oceani per il gusto di farlo. E quando incontra uno degli animali più belli che esistano, trasformato in fenomeno collettivo, la prima cosa che vuole sapere è se ci si può fare un arrosto.

Il punto è che i pavoni di Punta Marina non sono solo belli, fanno anche danni ai giardini, alle auto, al sonno di chi ci abita. Sono, a tutti gli effetti, un problema da gestire. La risposta giusta non è mangiarli, ma non è nemmeno lasciarli proliferare indisturbati in nome dell’estetica. La soluzione, come spesso accade con le cose complesse, non sta nel contenuto ma nel contenimento.

E forse vale lo stesso per l’algoritmo. Non si tratta di distruggerlo né di subirlo, ma di imparare a tenerlo a giusta distanza. Di usarlo come sismografo sapendo che il sismografo è taroccato. Di digitare “pavone” e ridere di ciò che appare, senza smettere di chiedersi chi ha deciso che quella fosse la risposta più rilevante.

I pavoni intanto continuano a camminare tra le villette. Indifferenti, splendidi, vagamente distruttivi.

Esattamente come certi algoritmi che conosciamo.