Al Concertone del Primo Maggio, la cantante Delia ha sostituito la parola “partigiano” con “essere umano” nella sua versione di Bella Ciao.
La motivazione, dichiarata sul palco e poi ribadita sui social, era quella di “allargare” il messaggio, di renderlo più universale, di non restare ancorati a un passato che rischia di sembrare lontano. Parole che forse derivano da buone intenzioni, o forse proprio per nulla, ma che comunque sia tradiscono un equivoco di fondo, e non sul significato storico della canzone, bensì sul significato della parola rimossa.
Partigiano viene dal latino pars, partis: parte. Essere partigiano significa, etimologicamente, stare da una parte. Prendere posizione. Schierarsi.
Questo termine non è un incidente nella storia italiana o un’etichetta nata con la Resistenza e morta con essa. È una delle parole più precise e oneste che esistano per descrivere un atteggiamento umano fondamentale: quello di chi ha scelto, di chi non si è sottratto alla scelta.
Eppure la parola “partigiano” ha sempre fatto paura. Non per quello che significa, ma per quello che implica: che esiste un’altra parte. Che non tutti la pensano allo stesso modo. Che la realtà è attraversata da conflitti reali, non risolvibili con l’abbraccio universale degli “esseri umani” o di chi fa finta che non esistano. E questo, nel vocabolario della comunicazione contemporanea si chiama divisivo.
Divisivo è diventata la parola più codarda del nostro tempo, secondo me.
E la usano sempre loro, quelli che stanno bene, quelli che non hanno niente da perdere nel mantenere le cose come stanno. La usano per fermarti. Per farti sentire in difetto. Per trasformare il tuo schierarti in un problema di stile, in una mancanza di eleganza intellettuale. “Sei divisivo”. Come se fosse una colpa. Come se chi ti accusa di dividere stesse invece costruendo ponti e non semplicemente godendo del fatto che il fiume non si attraversa.
Un’idea è divisiva. Una canzone è divisiva. Persino festeggiare il 25 aprile, che è una liberazione, lo è diventato.
Il contrario invece, il neutro, il generico, il “siamo tutti esseri umani”, viene spacciato per saggezza, per maturità, per apertura mentale. Invece è la forma più raffinata di odierno conservatorismo: quella che non ha bisogno di difendere niente perché non ha mai scelto niente. In realtà la scelta c’è, eccome se c’è, solo che è una scelta che non è comodo gridare ai quattro venti a quella fetta di popolazione che ha la memoria corta, o quando si è prossimi a una campagna elettorale.
Io però nella scomodità ci sguazzo, soprattutto quando si tratta di parole, quindi farò un esercizio di retorica con finalità contraria: estendere la parola partigiano così tanto da farle raggiungere l’ampiezza concettuale di essere umano e screditare la scelta di cambiarla. Provo.
Chi non è mai stato partigiano di niente, non ha mai difeso niente. Non ha mai rischiato niente. Non ha mai amato niente abbastanza da esporsi.
Delia ha detto che questo cambiamento “non significa non prendere una posizione”. Peccato che sostituire una parola che è una posizione con una parola che non lo è – perché esseri umani per definizione lo siamo tutti, anche chi opprime, anche chi tace, anche chi manda avanti gli altri a morire mentre firma i decreti – significa esattamente quello: ritirarsi dalla posizione nel momento preciso in cui costava qualcosa prenderla.
Per me, Partigiano è chi ha combattuto fino al ‘45 e chi continua a farlo.
È chi si mette dalla parte di chi viene licenziato illegalmente. Chi si schiera con chi abita in un quartiere che nessuno vuole difendere. Chi prende posizione su una scuola che chiude, su un fiume che si avvelena, su un contratto che non vale niente. Chi scrive un articolo sapendo che farà arrabbiare la maggioranza. Chi vota contro il proprio interesse personale perché ha deciso che l’interesse collettivo viene prima.
Partigiano è chi ha scelto da che parte stare, e lo sa, e lo dice, e non si scusa per questo.
La parola, così come insegnata nelle scuole, appartiene alla Resistenza ma oggi deve andare anche oltre: la Resistenza l’ha resa celebre perché in quel momento la scelta era la più alta e la più urgente. Ma il gesto, lo schierarsi, il prendere parte, è antico quanto il pensiero umano. È Socrate che beve la cicuta invece di abiurare. È Rosa Parks che non si alza dal sedile. È chiunque, in qualsiasi momento, abbia detto: da questa parte, non dall’altra. E di esempi, di mosche bianche, ne abbiamo visti anche nella storia recente, ma non sono italiani.
Allora forse il problema non è che “partigiano” sia divisivo.
Il problema è che siamo diventati portatori di una cultura che ha paura di dividere, quindi ha paura di scegliere, ergo paura di pensare davvero. Preferiamo la solidarietà liquida degli “esseri umani”, che abbraccia tutto e non rischia niente, alla solidarietà concreta di chi si mette dalla stessa parte perché ha valutato, ha capito, ha deciso. E agisce.
La maturità politica (e umana) non sta nell’evitare la parte, ma nel sceglierla con consapevolezza. Nell’assumersi la responsabilità di quella scelta. Nel difenderla quando è scomodo, non solo quando costa poco.
Essere partigiani, oggi, può voler dire mille cose. Può voler dire sostenere con forza un’idea in una riunione in cui tutti tacciono perché hanno paura della Direzione. Difendere una persona, un popolo, un’intera striscia di terra, quando è più facile voltarsi dall’altra parte. Scrivere quello che si pensa invece di quello che fa comodo e fa guadagnare views o vende più copie.
E ultimo, ma non per importanza, rifiutarsi di usare un linguaggio che depotenzia la realtà.
Ogni volta che prendiamo una posizione vera, non per abitudine, non per appartenenza ad un gruppo ma per convinzione ragionata, siamo partigiani.
E siamo ancora in tanti, nonostante tutto.
Forse solo così, usando spesso questa parola, usandola bene, usandola per tutto quello che merita di essere difeso, ritorneremo ad abituarci al suo peso e alla sua precisione. A capire che stare da una parte non significa odiare l’altra. Significa aver scelto. Significa essere presenti nella storia, ben collocati, invece di galleggiare in superficie e subirla passivamente.
Bella Ciao funziona con “partigiano” perché parla di qualcuno che ha scelto di morire per qualcosa. Se togli la scelta non avanza una canzone più universale, ma un’azione svuotata del suo valore.