Torino, 28 gennaio.
Oltre tremila persone al PalaRuffini per ascoltare Alessandro Barbero e Angelo D’Orsi parlare di “Democrazia in tempo di guerra”. Oltre tremila che hanno preso il biglietto gratuito in poche ore, sfidando il tentativo goffo di limitare i posti a trecento. L’effetto Streisand applicato alla politica: più provi a contenere, più la pressione aumenta.
E mentre queste migliaia di corpi occupano fisicamente uno spazio per discutere di diritti fondamentali, le urne continuano a svuotarsi. L’astensionismo galoppa, i partiti si lamentano del disinteresse, i commentatori evocano la morte della partecipazione civica.
Ma quale morte? Quale disinteresse?
Il problema non è che alla gente non interessi la res publica. Il problema è che la res publica ha smesso di abitare i luoghi dove la rappresentanza dice di trovarsi. Le persone non disertano la politica: disertano le sue istituzioni sclerotizzate, i suoi rituali vuoti, la sua lingua incomprensibile che parla di tutto tranne che della vita reale.
Quando qualcuno offre uno spazio, anche simbolico, dove le parole pesano ancora qualcosa, dove il pensiero critico non è marketing ma resistenza, ecco che migliaia di persone si materializzano. Non sono spettatori passivi: sono cittadini che cercano disperatamente un luogo dove esercitare cittadinanza.
La democrazia non sta morendo. Sta cercando casa altrove, lontano dai palazzi che pretendono di rappresentarla mentre la tradiscono. E questo dovrebbe terrorizzare chi ancora si illude che basti un simbolo di partito per incarnare l’interesse collettivo.
Oltre tremila persone in un palazzetto valgono più di mille analisi sull’apatia degli italiani. Non è apatia. È selezione naturale degli spazi che meritano ancora attenzione.
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